martedì, ottobre 27, 2009

siamo (tutti) nella stessa barca(?)


L'anomalia italiana: flessibilità del lavoro senza sicurezza
Il gatto e la volpe
Il gioco dei ruoli di Tremonti e Berlusconi
di Andrea Fumagalli
26 / 10 / 2009



Ancora una volta il dibattito politico italiano ha sussulti retrò e stravaganti. Non è la prima volta.

Recentemente l’ineffabile ministro della creatività finanziaria Giulio Tremonti, dopo la bella pensata dello scudo fiscale, pare abbia scoperto il “valore del posto fisso”. Detto da lui, può solo venir da ridere, se, ad esempio, consideriamo che è lui il burattinaio dei tagli alla scuola con la conseguente precarizzazione e licenziamento di migliaia di insegnanti.

Due giorni dopo l’ineffabile premier Berlusconi annuncia il taglio dell’Irap, una proposta che ha come primo impatto, se venisse attuata nelle modalità dichiarate, la riduzione delle entrate fiscali di circa 40 miliardi di Euro. L’Irap è l’imposta regionale sulle attività produttive e, come lo era l’Ici, è una tassa che garantisce gettito a livello locale. In molte regioni, essa è utilizzata per finanziare il sistema sanitario nazionale. Se non venisse adeguatamene compensata da trasferimenti centrali, il rischio è l’avvio di un ulteriore processo di smantellamento della sanità pubblica o, nel migliore dei casi, un suo progressivo deterioramento (il che è la stessa cosa). Non stupisce l’irritazione di Tremonti, alle prese con una dinamica economica, nella quale la caduta del Pil è superiore ai tagli alla spesa sociale, con l’effetto di raddoppiare il rapporto deficit-Pil nel 2009 rispetto al 2,7% del 2008.

E’ curioso notare come i giornali abbiano subito parlato di attriti in seno alla maggioranza di governo. In realtà, credo si tratti del classico gioco delle tre tavolette.

Prima mossa. Tremonti vara lo scudo fiscale con il duplice intento di fare cassa e di supportare l’attività di elusione ed evasione fiscale delle grandi imprese (e implicitamente di quelle del Premier). E’ un provvedimento che viene mal digerito dalle imprese artigiane e di piccole dimensione, soprattutto quelle che svolgono attività di subfornitura all’interno delle filiere produttive internazionali e sulle quali si scarica il peso della crisi economica. Difficilmente, infatti, le piccole imprese hanno la forza (e la capacità) di creare filiali all’estero dove occultare al fisco i propri guadagni. Un tale provvedimento, quindi, può minare la fiducia di una parte consistente dell’elettorato berlusconiano e leghista.

Seconda mossa. Berlusconi propone l’eliminazione dell’Irap per riguadagnare consenso presso la piccola impresa. L’Irap infatti grava soprattutto su questo settore. Non essendoci alcuna progressività delle aliquote, un’attività industriale, terziaria o professionale che si localizza nel centro dei network produttivi, dove può sfruttare le sinergie esistente e sfruttare una rendita di posizione, paga in proporzione la stessa imposta di chi ne sta ai margini.

Terza mossa. Tremonti riscopre il valore del posto fisso. Al di là della boutade puramente demagogica, si tratta di un messaggio rivolto a quelle componenti sindacali (Cisl e Uil) che recentemente hanno siglato separatamente il contratto metalmeccanico, dando prova di buona cogestione servile. Angeletti prontamente abbocca, dichiarando che Tremonti potrebbe essere un iscritto alla Uil. L’eccessiva deregulation del lavoro porta non flessibilità ma precarietà con effetti nefasti sulla stessa efficienza dell’apparato produttivo. Tale risultato, come sappiamo, è il frutto congiunto sia delle politiche del centro destra che del centro sinistra. La strategia che ha accomunato i diversi schieramenti è la seguente: per rendere competitiva e favorire la globalizzazione delle imprese italiane (motivazione del centro-sinistra) o per favorire gli interessi padronal-familiari in un’ottica corporativa e nazionalistica (motivazione del centro-destra), era necessaria una prima fase di flessibilizzazone e riduzione del livello di protezione del lavoro, a cui sarebbe seguita (se mai ci fosse stata) una fase seguente (logicamente e temporalmente) in cui si sarebbe provveduto a fornire qualche elemento di sicurezza sociale. In altre parole, la tanto sbandierata flexicurity italiana, sostenuta da Ichino, doveva essere intesa come: flessibilità prima, sicurezza dopo. Sappiamo come è andata e come sta andando. Dall’approvazione del pacchetto Treu del 1996, passando per la legge 30, la precarietà si è oramai strutturata saldamente nel mercato del lavoro italiano, mentre la sicurezza sociale e una riforma adeguata del welfare è ancora lungi a venire.

Il tema del “valore del posto fisso”, sollevata da Tremonti, si colloca ancora una volta all’interno di questo schema d’azione. Si predilige l’intervento sul mercato del lavoro, mentre di welfare nessuno parla, se non in termini molto vaghi di riforma degli ammortizzatori sociali, comunque sempre in funzione della centralità del lavoro.

Tra Tremonti e Berlusconi, c’è un gioco di sponda, che si svolge a 360°. Dopo aver favorito la grande impresa, si mette una toppa per le piccole imprese. Si strizza un occhio al sindacato concertativo, nel tentativo di isolare qualsiasi alone conflittuale. Mentre si ribadisce – ed è questo il punto principale – che non ci sarà nessun intervento di adeguamento del welfare e a sostegno dei redditi di lavoro, sia dipendente che autonomo eterodiretto. Loro, la crisi non intendono pagarla. Il gatto (Berlusconi), la volpe (Tremonti) vogliono farla pagare a noi. Sta a noi far saltare in aria le tre tavolette.

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